I giapponesi e i vulcani

Il Monte Fuji

Vi ricordate l’eruzione del vulcano Ontake del 27 settembre 2014, che ha causato, 51 morti? Pensando a questo genere di eventi mi sono chiesto: che rapporto hanno i giapponesi e la loro cultura con un fenomeno naturale tanto spettacolare quanto distruttivo?

La domanda sorge spontanea perché nonostante il Giappone conti 109 vulcani attivi (il 10% di quelli esistenti sul pianeta terra), l’unica immagine che spesso sovviene nella testa associando le parole “Giappone” e “vulcano” è una sola: il monte Fuji. Con la sua vetta innevata, i paesaggi bucolici e l’iconografia legata alle innumerevoli raffigurazioni artistiche degli ultimi quattro secoli, il Fuji suscita sicuramente maestosità e meraviglia, ma certamente non dà l’impressione di essere una presenza incombente e pericolosa, una forza potenzialmente lì pronta a esplodere.

Persino dal punto di vista lessicale, si potrebbe avere la tentazione di ritenere che i vulcani siano una cosa estranea alla realtà giapponese: kazan 火山 (da ka = fuoco e san = montagna), è un prestito linguistico proveniente dal cinese e che ha soppiantato nell’uso comune la versione autoctona di yakeyama 焼け山 (montagna che brucia), che designa o un vulcano attivo o in generale una montagna in cui è scoppiato un incendio.
In realtà è tutto il contrario. La vita dei nipponici è strettamente legata ai vulcani da sempre!

Hi no matsuri

Basti considerare che, ad esempio, la cenere è utilizzata nell’agricoltura come fertilizzante, mentre l’acqua calda ricavata nelle aree limitrofe ai crateri è sfruttata dalle industrie (per la produzione di energia geotermica) e dal terziario, con confortevoli sorgenti termali. Dal periodo Jōmon (c.a 7000 – 1000 a..) a oggi, si è mantenuta viva la tradizione di sfruttare la pomice come materiale di conglomerato, calcestruzzo e oggi cemento. Le eruzioni dei secoli passati non hanno lasciato tracce né testimonianze scritte, né all’interno degli annali né nelle opere letterarie, tuttavia fra gli abitanti dei villaggi ai piedi dei vulcani sono state tramandate oralmente leggende di calamità. Ma la manifestazione più lampante del rapporto che sussiste tra i vulcani e la cultura nipponica è sicuramente è il rito religioso shintoista. Per i giapponesi non esistono divinità buone o cattive, non c’è una morale che classifica dei o eventi che si manifestano nella realtà, ma piuttosto esistono spiriti che potrebbero diventare inquieti o adirati e quindi, a seconda, incidere negativamente o no sulla vita degli uomini. Ciò inevitabilmente vale per i vulcani: spiriti che le preghiere devono tenere placati per ricevere vantaggi come la fertilità dei campi e le sorgenti termali, anziché catastrofi e distruzioni.

Hi no matsuri di Yoshida

Una tra le feste religiose più suggestive e famose legata ai vulcani è il hi no matsuri (lett. Festa del fuoco) di Yoshida, villaggio nei pressi del Fuji-san.
Ogni anno, il 26 agosto, una lunga processione porta una grande fiaccola per circa un chilometro, fino al santuario Kitaguchi Honfuji Sengen. Tutto il percorso caduto nel buio della notte, illuminato soltanto dai falò costruiti davanti ad ogni abitazione, le preghiere concitate al tempio e la gente gremita che festeggia tutta la notte offrono uno spettacolo mozzafiato che più profondamente fa riflettere sulla realtà del vulcano: presenza ineluttabile, imprevedibile, a tratti inquietante, che l’uomo non può negare, ma anzi, come di fronte a tutte le possibili catastrofi naturali, deve accettare con il pensiero sereno ed esorcizzato che tutto può accadere!

Teo

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