Un caso di assassinio letterario efferato

I kanshi: versi scritti da poeti giapponesi in cinese

I kanshi di periodo Edo

La letteratura giapponese è vasta: per l’immensa produzione di testi in versi e in prosa; per la grande fruizione di libri da parte di tutti gli strati della popolazione, che fin dalla metà del Seicento conobbe un buon grado di alfabetizzazione e istruzione; per i numerosi generi, che nei secoli si sono affiancati l’uno all’altro, senza mai essere completamente dimenticati dai seguaci delle nuove correnti.

Di conseguenza, per dare un quadro generale della letteratura giapponese, gli studiosi e critici si sono soffermati prevalentemente sugli autori e le opere più rilevanti, che hanno contribuito a dare una chiave di svolta nell’evoluzione.

Eppure ci sono degli scheletri nell’armadio. Sono stati commessi dei delitti efferati.

Gli esempi sono innumerevoli, quindi mi limiterò a un solo esempio, quello per me più eclatante: i kanshi 漢詩 (versi scritti da poeti giapponesi in cinese) di fine periodo Edo (ovvero approssimativamente il lasso di tempo compreso tra l’era Kan’en 寛延 (1748 – 51) e quella Tenpō 天保 (1830 – 44).

Se si dovesse chiedere a un giapponese medio di citare dei versi o un nome di un poeta di questo genere, ti guarderebbe straniato, senza capire di cosa parli. Se si prende un qualsiasi manuale generalista di storia della letteratura, non si trova neppure citato tale genere.

Forse uno dei motivi è attribuibile alla difficoltà di leggere testi scritti effettivamente in un’altra lingua, e per di più classica.

Ma c’è dell’altro!

Negli ultimi anni è stato rivalutato il ruolo della produzione in lingua cinese, perché fin dal IX sec. affiancò e influenzò quella in lingua autoctona, anzi, talvolta all’interno del corpus bibliografico di uno stesso scrittore coesistono entrambe. Oggi si conoscono e studiano le grandi opere in cinese del periodo Heian, ma perché non accede la stessa cosa anche per il periodo Edo?

Semplicemente perché è stata censurata in toto. Durante gli anni del Nazionalismo il governo giapponese fece la scelta di sopprimere ed estirpare tutto ciò che era “straniero”. Inoltre i poeti di kanshi sceglievano un’altra lingua anche per essere meno compresi ed esprimere spesso il malcontento nei confronti del governo shogunale troppo repressivo. Ovviamente, pensieri dissidenti del passato erano scomodi anche nel Giappone del primo Novecento e così si decise di fare piazza pulita, di cancellare testi scomodi.

Purtroppo tale politica censoria ebbe riflesso su tutta la critica successiva, abbandonando i kanshi in posizione ingiustamente marginale. Sì, ingiustamente perché solo in questa fase storica il processo di assimilazione dei modelli classici ebbe compiuto in quegli anni un notevole progresso. L’utilizzo del cinese classico, di fatto, non si basava più su una mera imitazione, ma sulla padronanza consapevole e originale dei propri mezzi espressivi, riproponendo nelle forme della poesia Song, Ming e talvolta Qing, un gusto del verseggiare più autoctono e sentito. Di fatto si perde il piacere di leggere ad esempio Ichikawa Kansai 市川寛斎 (1749 – 1820) e le sue affascinanti descrizioni dei quartieri di piacere; Kan Chazan 菅茶山 (1748 – 1827) e i piacere ineffabile di una vita raccolta e familiare; l’eclettismo di Rai Sanyō 頼山陽 (1780 – 1832) che fonde stili diversi di varie epoche e le rappresentazioni enfatizzate di episodi storici, che conferirono al poeta una fama che perdurò anche in periodo Meiji; infine Yanagawa Seigan 梁川星巌 (1789 – 1858), che ebbe l’intento di esprimere la volontà di restaurazione del potere imperiale, attraverso uno stile ricercato e arcaizzante e con immagini delicate, ma senza comunque rinunciare alla forza vigorosa e straripante di versi.

Teo

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