Kanji: un’evoluzione attraverso eros, spiritualità e sessismo

I kanji, o caratteri cinesi, vengono comunemente chiamati “ideogrammi”, ovvero “segni per raffigurare idee”. Tuttavia tale espressione non è sufficiente per descrivere il complesso sistema di scrittura adottato dai giapponesi nel V secolo d.C.. Basti pensare ai caratteri privi di significato proprio, utilizzati soltanto con valore fonetico, oppure ai primissimi kanji, creati semplicemente per ritrarre la realtà così come la percepiamo. Infatti è impossibile non scorgere nel pittogramma di “montagna 山” (yama) il ritratto di tre cime che svettano, oppure in quello di fiume 川 (kawa) lo scorrere di un ruscello d’acqua.

Certamente durante i secoli la creazione dei kanji ebbe un’evoluzione tale da giungere anche all’elaborazione di idee astratte, in grado di riflettere un preciso sistema filosofico e sociale. Ad esempio, il Taoismo ha influenzato notevolmente la semantica degli ideogrammi. Attraverso il concetto duale di yin e yang, elementi come il fuoco, l’uomo e la luce furono associati ai valori di razionalità e dinamicità, mentre l’acqua, la donna, e l’oscurità al caos e alla passività. Ne consegue, purtroppo, che molti kanji contenti il carattere di “donna 女” (onna) assunsero una connotazione decisamente negativa. Si vedano le parole quali “chiassoso 姦” (kashimashii), “sgradevole \ odioso 嫌” (iya), “malvagio 奸” (kan), “invidia 妬” (neta) o “gelosia 嫉妬” (shitto). Vi sono inoltre alcuni kanji che tramandano tuttora questo tradizionale aspetto maschilista della scrittura. L’esempio più eclatante è l’ideogramma di “commercio 商” (shō), che anticamente raffigurava una donna con le gambe aperte, pronta a offrire il suo dono più prezioso come merce di scambio.
Fortunatamente oggi i Giapponesi non colgono più molti dei messaggi subliminali originari, dimenticati nel corso dei secoli e sopravvissuti soltanto grazie all’opera di qualche filologo. Una ragazza giapponese si troverebbe decisamente in imbarazzo se fosse al corrente che, nello scrivere una parola comunissima come “colore 色” (iro), sta rappresentando in realtà due persone inginocchiate durante l’atto amoroso. E cosa direbbe un uomo di fronte al carattere di “crisantemo 菊” (kiku), se sapesse che in periodo Edo (1603-1868) era la metafora del rapporto fisico e amoroso tra due uomini? Insomma, i caratteri cinesi nascondono tanti significati nascosti, spesso perduti per sempre, ma è proprio qui che risiede il segreto del loro fascino: da un numero limitato di tratti disegnati, nasce nella mente di chi legge una catena immaginifica d’infinite rappresentazioni.
Teo
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