Quando due italiane vanno un mese in Giappone. Hiroshima 1

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Tokyo

È ancora mattina presto quando Linda e io usciamo dall’ostello, cariche di peso e un po’ rintronate dal sonno. Entriamo nella stazione di Asakusabashi e, mostrando all’addetto nella corsia per disabili i nostri JR Pass nuovi di pacca, superiamo i tornelli per salire sul treno in direzione della stazione centrale (in realtà, abbiamo cambiato ad Akihabara).

Piccola nota esplicativa: visto che il JR Pass non è dotato di CIP, non può essere passato sul meccanismo dei tornelli automatici ma deve essere esibito a qualcuno del personale JR. L’unico punto in cui ciò si può fare è nella corsia, subito adiacente allo sportello degli addetti delle linee JR, per i disabili. Questa corsia è molto più larga delle altre perché deve permettere il passaggio alle carrozzine, ed è “analogica”. Quindi per superare i tornelli, dovete andare verso quella corsia, mostrare il vostro JR Pass all’addetto (a volte è fuori dall’ufficio, altre volte dovete attirare la sua attenzione allo sportello) e lui vi farà passare senza problemi.

WP_20160315_001Arrivate alla stazione centrale di Tokyo, seguiamo le indicazioni per la linea San’yo (dove transitano gli Shinkansen Nozomi, Hikari, ecc.). Binario 16. Hikari 507 delle 9:33. Il mio primo Shinkansen. Saliamo e ci sistemiamo in quei comodi e larghi posti. Il treno parte. Il capotreno saluta, ringrazia, elenca le fermate, ma non ascoltiamo. Guardiamo fuori. Oggi c’è un bel sole. Dopo una schiera infinita di palazzi e grattacieli, dopo una serie di tunnel e sopraelevate, appena usciti dalla megalopoli, lo Shinkansen prende velocità e attraversa rapido campi, risaie, piccoli paesi, colline e boschi. Direzione: Shin Osaka. Ed eccolo! Prima un puntino bianco all’orizzonte e poi sempre più grande. Una lontana sagoma indefinita prende via via forma e nitidezza. Il Monte Fuji, maestoso e imponente, ancora innevato, ci guarda dall’alto dandoci il benvenuto. Dall’altro lato, l’oceano, leggermente mosso, appare e scompare luccicando a un timido sole primaverile. A Shin Osaka scendiamo e prendiamo lo Shinkansen Sakura 557 per Hiroshima.

hiroden-5100-2Giungiamo alla nostra meta nel primo pomeriggio. Consultiamo le indicazioni per il nostro ostello e cerchiamo il punto di partenza per il tram Hiroden, linea 1, verso il porto. Scendiamo a Chūdenmae, fermata n. 11. Arriviamo troppo presto all’ostello perciò non possiamo fare il check-in, ma la ragazza della reception, gentilmente, ci dice che possiamo pure affidarle le valigie. Usciamo molto più leggere, e per rinfrescarci un po’ da quel primo caldo primaverile, compriamo un gelato a testa (io al gusto mela, Linda alla banana). Ci sediamo su una panchina in un piccolo parco polveroso. Tre bambini arrivano poco dopo. Hanno appena finito gli allenamenti di baseball e vogliono ancora giocare (dove diamine le trovano tutte queste energie?!). Mazza, guantone e palla in mano iniziano una partita uno contro tutti. Noi continuiamo a mangiare i nostri gelati consultando guide e cartine. Uno dei bambini ad un tratto si ferma e rivolto a un amico che passa in bici dall’altra parte del parco gli urla: – Ehi! Vieni! Ci sono delle gaijin (straniero/i/a/e)!-
Linda e io ci guardiamo negli occhi. Parla di noi?!
– Cosa?- replica l’altro troppo distante per capire. Si avvicina al gruppetto pedalando veloce.
– Oh, ci sono delle gaijin!- commenta stupito.
– Te l’avevo detto che ci sono delle gaijin.- borbotta l’altro.
Vorrei dire qualcosa ma Linda mi ferma: non c’è tempo per dialogare con dei bambini. Peccato… Ma in fondo ha ragione: dobbiamo visitare il Parco della Pace, tornare all’ostello per registrarci e sistemare le valigie, prima dell’appuntamento con Ken.

Per prima cosa, check-in. La nostra stanza ha un bagno privato, il pavimento metà in legno e l’altra metà in tatami. Quattro letti a castello in legno ampi e robusti, con futon, cuscino, lenzuola e federa che profumano di bucato appena fatto. Occupiamo i nostri posti, sistemiamo le valigie in un angolo e scendiamo di nuovo in strada. Giriamo a destra.

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Grappoli di gru di carta fatte con la tecnica dell’origami.

La prima traccia del parco è subito dopo il Grande Ponte della Pace: è un monumento alla memoria di un liceo femminile di Hiroshima, distrutto dalla bomba atomica che ha portato via con sé anche 544 studentesse e tutto il corpo didattico. Accanto, dei grappoli di gru di carta colorati, appesi su una struttura in ferro, si muovono sospinte dal vento.
Attraversiamo la strada e ci troviamo davanti il Museo della Pace, fondato nel 1955 su un progetto di Kenzo Tange. È troppo tardi per entrare perciò facciamo un giro del Parco della Pace. Ai piedi dell’arco, ovvero del Monumento alla Memoria delle vittime della bomba atomica, all’inizio del Laghetto della Pace, sono poste alcune pietre che recano incise delle note esplicative in varie lingue. Dell’incenso acceso fa ondeggiare il suo fumo al vento.

Oltre l’acqua, le mani aperte rivolte al cielo, sorreggono la Fiamma della Pace, sempre accesa. Oltre di essa, attraversando un’altra strada, ci attende la statua di una bambina che solleva in aria una gru di carta. Lei è Sasaki Sadako, una bambina che all’epoca dell’esplosione aveva appena due anni e che in seguito alle radiazioni si ammalò di una grave forma di leucemia. Prima di morire, all’età di undici anni, decise di realizzare mille gru di carta. Secondo una credenza giapponese, infatti, chi riesce a realizzare mille origami a forma di gru, può esprimere un desiderio che verrà sicuramente esaudito. La sua tenacia e il suo coraggio hanno reso la piccola Sadako il simbolo di speranza per il paese. Ogni anno visitatori e scolaresche portano in dono grappoli di gru di carta che vengono religiosamente conservati in piccole casette di vetro attorno alla statua. Procedendo ancora dritto, in mezzo agli alberi del parco, ci si imbatte nella Campana della Pace. Su di essa è inciso il mondo e dove il batacchio in legno colpisce la superficie della campana c’è il simbolo della bomba atomica. Con la dovuta delicatezza si può suonare questa campana, aspettando che finisca di vibrare prima di percuoterla nuovamente. Sulla destra oltre il fiume Motoyasu si vede il fatiscente Genbaku Dome. Per raggiungerlo bisogna attraversare il fiume su uno dei due ponti lì vicino. Un po’ ovunque nel parco, si trovano altre statue o torri o scritte memoriali dedicate a qualcuno scomparso, di solito a categorie di persone (es. studenti, impiegati postali, lavoratori).

CIMG3312.JPGLinda e io facciamo un grande respiro profondo e mentre il cielo si tinge dei colori del tramonto, ripercorriamo il parco a ritroso per tornare all’ostello. Entriamo nella camera dove sono appena arrivate quattro ragazze giapponesi. Ci scambiamo dei saluti e poi cala il silenzio. Linda e io prendiamo delle giacche per stare più al caldo, visto che con il calare del sole è scesa a picco pure la temperatura, e scendiamo per aspettare il nostro amico Ken che, da perfetto gentiluomo, ci viene a prendere fino all’ostello. Arriva e dopo i saluti e qualche chiacchiera, ci porta a mangiare e a bere in un izakaya molto buono (non esiste un termine corrispondente in italiano. L’izakaya potremmo definirlo un incrocio tra osteria, all-you-can-eat e bar. Essendo tipico in Giappone, anche se un po’ costoso, vi consiglio di andarci per provare). Parlando del più e del meno, in italiano e in giapponese (ma più nella prima lingua! 😀 ), Ken si offre di accompagnarci il giorno dopo a Miyajima. Noi accettiamo di buon grado. Lui ci riaccompagna in ostello, ci salutiamo e ci diamo appuntamento per la mattina seguente. Entriamo in stanza: non c’è nessuno. Vado a lavarmi e appena esco, trovo in mezzo alla stanza una giapponese sulla trentina, seduta sul tatami mentre ispeziona il proprio zaino. Ci salutiamo con un po’ di timidezza. Linda chiede se può andare in doccia e la ragazza le dici di sì. Colgo l’occasione per scambiare quattro chiacchiere e così scopro che questa spigliata giapponese dall’aspetto del tutto ordinario è una centaura in viaggio con un gruppo di amici. Lei è l’unica donna. È partita qualche giorno prima da Tokyo, ha fatto tappa a Nagoya e ora a Hiroshima. Poi deve tornare indietro. Mi fa qualche domanda su di me, sui miei studi, sul perché proprio il giapponese e sui progetti per questo viaggio. Le rispondo sentendomi stranamente a mio agio. Linda esce dal bagno e la centaura entra. Ecco che appare sulla soglia della camera il gruppo delle quattro giapponesi. Saluto e provo a instaurare un dialogo, ma queste ragazze (apparentemente neo-diplomate) non sembrano particolarmente desiderose di parlare con una sconosciuta. La centaura va a dormire e così anche io decido di andare a coricarmi. Linda rimane sveglia un altro po’ a rispondere ai messaggi. Ad un certo punto, noto che le quattro ragazze stanno borbottando e sussurrando qualcosa. Sembrano turbate e un po’ agitate. Ascolto con un po’ più di attenzione e finalmente capisco il loro dilemma.
– Come si dice in inglese: “posso spegnere la luce”?-
– Non lo so…-
– May I… may I…-
Bisbigliano tra di loro.
Alla fine, una ragazza prende coraggio e esordisce con un “May I cnjnfkafhbq?” rivolto a Linda che non capisce. La ragazza riprova, ma niente da fare.
– Va bene anche in giapponese.- le soccorre Linda in giapponese.
Le ragazze scoppiano a ridere.
– Posso spegnere la luce?- chiede allora la ragazza in giapponese.
– Sì, prego.- risponde Linda.
Le luci si spengono e dopo uno scambio di “buonanotte”, cala il silenzio nella stanza.

Il giorno dopo abbiamo la sveglia presto per andare, insieme a Ken, a Miyajima.

Continua…

Chiara

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