Quando due italiane vanno un mese in Giappone – L’arrivo

tokyosubwaymapIl primo giorno

Partenza dall’Italia in orario. Fuori dal finestrino, solo nuvole. Qualche turbolenza. Facciamo scalo e poco dopo ripartiamo. È notte fonda. Sorvoliamo nubi grigie. Le turbolenze aumentano. Il pilota annuncia che stiamo per atterrare e il tempo atmosferico previsto a Tōkyō è pioggia con una massima di 7°C. Guardo Linda: non avevamo pensato a controllare il meteo prima di partire. Sbircio fuori dal finestrino.
– Mah! A me sembrano solo quattro gocce!- commento fiduciosa. Linda però è turbata.

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In aereo…

Le hostess ci portano la carta di sbarco da consegnare in dogana con il passaporto (se non ricordo male si dovrebbe chiamare “modulo di dichiarazione doganale”). Chiediamo che lingue ci sono: giapponese, cinese, francese, arabo e non ricordo cos’altro; l’inglese è finito; ovviamente l’italiano non è contemplato. Optiamo per il giapponese. Scriviamo i nostri dati, dove andremo ad alloggiare, quanti soldi contanti abbiamo (yen e euro), rispondiamo alle domande a crocette (quelle della serie: “nel vostro bagaglio c’è un’armeria, o un generatore atomico, e simili? Sì. No.” o “siete ricercati dalla polizia internazionale per crimini vari ed eventuali? Sì. No.”, ecc.) e ci prepariamo per scendere.
Linda non è mai stata in Giappone perciò mi chiede cosa bisogna fare appena usciti dall’aereo: quarantena, immigrazione, ritiro bagagli, controllo bagagli e fine.

Sbarchiamo, dopo la solita confusione e l’immancabile tappo che si formano nei corridoi del velivolo appena si atterra ma quando ancora il pilota non ha dato il permesso di slacciarsi le cinture. Seguiamo le indicazioni per l’immigrazione (「入国審査」, nyūkoku shinsa, o “immigration”). Prima passiamo il controllo sanitario o quarantena (「検疫所」, ken’ekisho, o “quarantine”). Non so se è stata un’eccezione o se è sempre così, comunque noi siamo passate in mezzo alle postazioni di controllo senza essere praticamente badate. Tre impiegati dell’aeroporto, due uomini e una donna, chiacchierano tranquillamente, ma a bassa voce, come se l’ondata di viaggiatori in arrivo non sia un problema loro. Poi giungiamo a una biforcazione: i cittadini giapponesi vanno da una parte; gli stranieri da un’altra. Dei vecchietti in giacca e cravatta, con il loro tesserino dell’aeroporto in bella vista, ci indicano dove dirigerci. Non sorridono e non hanno tempo da perdere, perciò seguiamo le loro indicazioni che paiono ordini indiscutibili (es. “di qua!”, “vai al 16! Se-di-ci!”, “aspetta!”, “vai!”). Noi chiacchieriamo e scherziamo.
Un vecchietto ci osserva guardingo. Si avvicina a me e sbotta: – Vai allo sportello n° xx!-
– Va bene. Grazie.- gli rispondo sorridendo. Mi lancia un’occhiata: no, non lo convinco molto.
Eccomi allo sportello. Una giovane impiegata, dal viso un po’ tirato dalla stanchezza, mi sorride affabilmente e con fare gentile ma deciso, mi ordina di consegnarle il passaporto e la carta che mi avevano fatto compilare in aereo. Controlla velocemente i documenti. Ora è il turno del prelievo delle impronte digitali (i due indici) e della foto di rito. Avendolo già fatto in precedenza, so già dove mettere le dita e quale punto guardare. La dipendente con abile gesto attacca l’etichetta con il mio visto temporaneo e pinza un foglietto. Mi indica dove andare. Supero il suo scompartimento e aspetto Linda. Mi guardo in giro, adocchio le scale e osservo dalla ringhiera il piano sottostante dove c’è il ritiro bagagli.

Linda mi raggiunge, scendiamo e controlliamo sullo schermo dove andare a prendere le nostre valigie. Ci avviciniamo al nastro trasportatore. Non attendiamo molto. Ritiriamo i nostri bagagli e ci dirigiamo verso l’ultima tappa del tragitto aeroportuale. Sei anni fa mi avevano fatta passare senza nemmeno badarmi di uno sguardo. Questa volta fanno aprire a tutti le valigie, uno ad uno, senza eccezione. Arriva il mio turno. L’agente mi chiede di esibire il passaporto, di aprirgli il bagaglio e di rispondere ad alcune domande. Il fatto che parli giapponese lo fa sorridere e inizia a sparare a raffica quesiti su chi sono, dove vado, se sono con amici, se sto fissa a Tōkyō o mi sposto, per quale motivo sono in Giappone, l’indirizzo che avevo segnato nella carta, se viaggio da sola, eccetera. Mentre mi tartassa di domande, sempre con un sorriso stampato sulle labbra (non so se è cortesia o se si sta divertendo sul serio), controlla tra i miei vestiti finché non si imbatte su reggiseni, mutande e soprattutto assorbenti. Gli scappa una risatina imbarazzata e mi dice che è tutto apposto e che posso andare. Mi fermo vicino alla porta per aspettare Linda, ma un vecchietto, dipendente dell’aeroporto, mi si avvicina ordinandomi di uscire subito.
– Aspetti fuori, per cortesia.-
Le porte automatiche si aprono e io esco. Delle persone sono accalcate all’uscita lungo la ringhiera in attesa dei viaggiatori in arrivo. Si protendono per vedere meglio chi esce dalle porte scorrevoli automatiche. Qualcuno ha dei cartelli in mano con varie scritte: nomi e cognomi,「よこうぞ」(yokōzo, benvenuto), 「おかえり」 (okaeri, bentornato). Ovviamente nessuno di quei cartelli è per noi.

Linda mi raggiunge un po’ indispettita: tutta la fatica per sistemare bene la valigia andata in fumo in pochi minuti. Scendiamo al piano inferiore per prendere il treno diretto verso Asakusabashi, dove si trova il nostro primo ostello. Mentre il Limited Express della linea Keisei ci porta dall’aeroporto al centro di Tōkyō, attraversando la periferia, notiamo che il tempo è nettamente peggiorato. Non sta piovendo: sta diluviando. Mi immagino Noè alle prese con la sua arca, mentre guardiamo disarmate la strada da attraversare davanti a noi, proprio fuori dall’uscita A3 della stazione di Asakusabashi. A Oshiage avevamo cambiato il treno prendendo la metropolitana della linea Asakusa. In metro avevo consultato le indicazioni per l’ostello, imparandomele a memoria: uscita A3, attraversa, sinistra, dritti, destra, dritti, sinistra, destra. Mentre camminiamo sotto una pioggia torrenziale con i piedi immersi nell’acqua, gli zaini e i vestiti zuppi, e gli ombrelli che gridano aiuto, ripeto ad alta voce come un mantra le indicazioni. Sbagliamo strada.
– La seconda a sinistra, non la prima.- mi fa notare Linda. Sì, è vero. La seconda a sinistra. Arriviamo all’ostello, piccolo ma pulito e silenzioso. Il ragazzo alla reception ci accoglie con un grande sorriso. Dopo aver svolto le pratiche e aver pagato, il ragazzo ci porta le valigie al piano superiore spiegandoci le regole dell’ostello e dove si trovano i bagni, la cucina e la sala comune. La stanza non è molto grande, ma solo perché i letti sono enormi e la cosa non ci dispiace affatto. Non abbiamo tempo però per fermarci. Cartina di Tōkyō alla mano partiamo a piedi per andare in stazione centrale (per non spendere qualche yen di metro…). Idea folle, ci dicono. Noi però partiamo, sotto il diluvio, con una visibilità del cavolo. Mezz’oretta a piedi, ci indica Google Maps. Dopo un’ora siamo ancora in strada. Un signore con giubottino catarifrangente, elmetto in testa e paletta alla mano, controlla un incrocio vicino al quale c’è un cantiere edile.
– Mi scusi…- richiamo la sua attenzione.
– Sì!- esclama girandosi. Vede che sono straniera e mette subito le mani avanti scusandosi: – Mi perdoni, ma non parlo inglese.-
– Non si preoccupi. Va bene anche il giapponese.-
– Ahn…-
– Ci potrebbe spiegare come arrivare alla stazione di Tōkyō?- gli chiedo.
Lui sbarra gli occhi.
– La stazione di Tōkyō?! A piedi? Sono venti minuti.- esclama lui esterrefatto.
Gli sorridiamo.
– Venti minuti non sono un problema. Non si preoccupi.-
– Va bene… Allora, andate dritte di qua, poi…-
Linda e io ripetiamo le indicazioni in modo da essere certe di aver capito. Lui assentisce e ci chiede se siamo qui per studio. No, stiamo facendo un viaggio per festeggiare la laurea. Congratulazioni, ci dice sorridendo e ci saluta. Ricambiamo i saluti, lo ringraziamo più volte e proseguiamo per la nostra strada. Ormai non sentiamo più la pioggia: siamo completamente fradice e infreddolite. Ma ecco la stazione centrale di Tōkyō. Entriamo. image_003Poco più in là una midori no madoguchi ci sta chiamando e noi, come se vedessimo la luce dopo aver percorso un lungo tunnel oscuro, ci dirigiamo lì quasi correndo. Ce l’abbiamo fatta. Ci sono quattro impiegati, tutti giovani: una donna e tre uomini. La donna ci chiama sorridendo. È strano, ma nel suo modo di parlare e nel suo sguardo capisco che deve essere una persona piuttosto determinata. Inizia a parlarci in inglese, ma le diciamo che va bene anche il giapponese. Lei ci scruta negli occhi e sembra dirci: “Come volete voi.”
Le sue cortesi e formali parole in giapponese ci travolgono come un fiume in piena. Ad un certo punto, il mio cervello va in tilt: stanchezza, ore insonni, jet lag, freddo. Linda è cotta quanto me, ma l’impiegata, piuttosto che spiegarci in inglese quello che non capiamo, o ci scrive i kanji su un foglietto o riformula le frasi. È un atteggiamento tipico degli insegnanti di lingue straniere. Chissà se lo è stata o se lo fa nel tempo libero. Riusciamo in qualche modo a compiere la missione: l’exchange order è stato convertito in JR pass e i biglietti per lo Shinkasen di domani, da Tōkyō a Hiroshima sono stati presi. È il momento di tornare indietro. Stavolta il ritorno è effettivamente di trenta minuti. Arrivate in ostello ci laviamo, mettiamo i vestiti e le scarpe ad asciugare, e andiamo a letto.WP_20160517_007

Domani è un altro lungo giorno. Prima tappa del viaggio: Hiroshima (con il nostro Ken).

Continua…

Chiara

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