La spada giapponese

A differenza di quello che molti possono pensare, la spada giapponese non è solo un’arma o un oggetto da collezione, ma rappresenta anche quella che potremmo chiamare l’anima del popolo giapponese, in quanto uno dei simboli dell’investitura divina dell’imperatore. Come narrato nel Kojiki,[1] infatti, la spada, insieme allo specchio e ai gioielli ricurvi, fa parte dei tre tesori che furono donati dalla dea Amaterasu a suo nipote Ninigi, cui ella aveva affidato il compito di governare il paese:

“Amaterasu diede all’erede le vistose gemme tornite e lo specchio che l’avevano tirata fuori dal nascondiglio, la spada falcia erbe, e in scorta il sacro Tokoyo no Omohikane, il sacro Tajikarawo e il sacro Ame no Ihatowake, […]”[2]

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I tre tesori: spada, specchio, gioiello ricurvo

Pertanto, fin dall’antichità, l’operazione di fabbricazione della spada è considerata una pratica sacra, in cui il mastro spadaio non solo deve calcolare con cura il giorno propizio per iniziarne la forgiatura, ma deve anche eseguire alcuni rituali di purificazione del corpo e dello spirito prima di potersi accingere al lavoro. Anche gli abiti indossati durante la forgiatura devono seguire delle regole stabilite; il maestro, infatti, deve portare una veste bianca, simile a quella dei monaci, e un copricapo nero laccato.

La peculiarità della spada giapponese risiede nella composizione della lama, formata da uno strato esterno più duro (kawagane), contenente un’anima morbida (shingane). La diversa consistenza dei due strati è dovuta alla diversa percentuale di carbonio contenuta nel metallo utilizzato, più elevata nello strato esterno. Il processo consiste nel lavorare l’acciaio, riscaldato a 1000° C, piegandolo e martellandolo ripetutamente in modo da dare alla spada i suoi requisiti più importanti, ovvero la resistenza alla rottura e alla flessione. In seguito inizia la fase di sagomatura (sunobe): lo spadaio batte il panetto di metallo più volte per farlo allungare e, fissato il profilo fondamentale della lama, conferisce la forma finale al manufatto utilizzando lime, pietre e pialle. Infine, dopo averne ricoperto la superficie con un impasto di argilla, arenaria e carbone, la lama viene fatta seccare nel fuoco e poi immersa in acqua fredda. Una volta terminata la forgiatura si passa alla politura (togi), effettuata tramite l’utilizzo di pietre naturali dal diverso potere abrasivo che fanno esaltare le geometrie e la stoffa dell’acciaio. L’intero processo di fabbricazione può richiedere più di un mese di lavoro.

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Mastri spadai intenti nella forgiatura della spada

Alla lama completata vengono poi aggiunte l’impugnatura (tsuka) in pelle di razza, sotto cui viene inciso i nome del mastro spadaio che l’ha forgiata e le prove di taglio che ne dimostrano l’efficienza, e la guardia (tsuba), dotata di fori in cui in passato i samurai inserivano vari oggetti di uso quotidiano, come le bacchette. A completare il tutto c’è il fodero (saya) in legno di magnolia che, non solo protegge la spada, ma, grazie alla sua resistenza, consente anche di parare i colpi dell’avversario.

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Nome del maestro spadaio inciso sul codolo (nakago) della spada

Oggi la spada giapponese è diventata un oggetto d’arte molto ambito dai collezionisti ed esiste anche un ente istituito dal governo, il Nihon Bijutsu Token Hozon Kyokai (NBTHK), che si occupa di valutare e registrare tutte le spade originali o che vengono prodotte al giorno d’oggi con tecniche antiche. L’NBTHK stabilisce anche se una spada possa essere o meno portata fuori dal paese, impedendo l’uscita di quelle di grande valore che potrebbero diventare in futuro un tesoro inestimabile.

 

[1] Opera più antica della letteratura giapponese composta all’inizio dell’VIII secolo

[2] Villani Paolo (a cura di), “Kojiki. Un racconto di antichi eventi”, Venezia, Marsilio, 2006, p. 68

Romina

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